Fondazione Accorsi - Ometto Torino

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LO STILE DI PIETRO PIFFETTI

L’operazione che Piffetti compiva sulle immagini che decoravano i suoi mobili, oggi ci è finalmente chiara e ci permette di comprendere alcuni segreti del suo operare.
L’artista, dopo aver progettato il mobile con la medesima visione con cui un architetto disegnava un edificio o un pittore un ciclo di affreschi, sceglieva un gruppo di incisioni, le reinventava e le assemblava secondo programmi politico-morali o puramente decorativi.
Le incisioni erano scelte in base alla loro adattabilità al suo linguaggio e trasformate in completa autonomia, ritoccate, aggiustate, scorciate, a volte unite l’una all’altra a conferir l’impressione di un’immagine unitaria scaturita da pensiero progettuale primario.
L’ebanista per ottenere tali effetti rinunciava spesso agli schemi originali delle scene ed eludeva motivi che potevano non essere di suo gusto o di gusto del committente ed era in grado in tale modo di modernizzare incisioni create oltre cento anni prima: il risultato di tale operazione, così compatto e limpido, proveniva da una padronanza assoluta della tecnica e da un senso della cadenza e dei ritmi del decoro d’altissimo livello.
Per raggiungere tali risultati, erano stati necessari anni ed anni di apprendistato tecnico accompagnato da meditate letture di libri e di immagini, da non superficiali riflessioni sulle produzioni lignee di altri maestri.
Lo studio gli aveva consentito, caso quasi unico nell’ambito del mondo dell’ebanisteria, di raggiungere una completezza culturale pari a quella di un gran pittore o scultore; gli aveva permesso di rompere gli schemi precostituiti dei modelli dei mobili e di passare da una fase artigianale ad una assolutamente creativa e di intenso valore artistico, nella quale legni rari, avorio, tartaruga, oro e madreperla si erano trasformati in duttili sostanze, la cui preziosità era funzionale all’esaltazione di una superiore idea di bellezza.